[NdR: Non ricordo più quando e con chi ho avuto la discussione di cui questo è un pezzo. Forse con qualche professore di filosofia su FaceBook. BC].

Uno può anche non leggere Dostoevskij ed essere capace di ragionare lo stesso.

Di sicuro si può dire che, come minimo, si è ragionato in modo corretto e incisivo prima del 1844 anche senza Dostoevskij, anno di uscita della sua prima opera.

Ma se uno legge Dostoevskij (o dice di leggerlo), e non si accorge, in una discussione, che quella discussione è tutta pervasa proprio dal tema centrale dell'intera opera di Dostoevskij -- cioè il tema che riguarda quale fondazione abbiano i concetti morali, senza però tutta l'enfasi letteraria FUORVIANTE della scrittura di Dostoevskij, bensì da affrontare con rigore logico, come si fa con un qualsiasi altro problema fisico--, allora è un idiota. Uno che non capisce. Incapace di 'ben ragionare'.

Non so se hai seguito il ragionamento fin qui. Da notare è la costruzione SE->ALLORA. Si chiama IMPLICAZIONE, in logica. La verità della prima proposizione è sufficiente per affermare la verità della seconda. Potrei tediarti con la tavola di verità del suddetto costrutto di logica del prim'ordine, ma non mi pare il caso: si trova facilmente in rete. Per inciso: a Dostoevskij, preferisco di gran lunga Tolstoij e Checov, per rimanere tra i russi. Questo non vuol dire che io non continui a considerare la letteratura una malattia infantile da cui uscire immunizzati verso le trappole retoriche.

Torniamo a Dostoevskij e al motivo per cui io penso sia FUORVIANTE la retorica.

Prendiamo quell'aspetto del pensiero di Dostoevskij che viene condensato nella locuzione "se Dio non esiste, tutto è permesso" tratta da "I fratelli Karamazov", centrale per il tema della fondazione dei concetti morali.

Intanto si può notare che in ogni caso tutto è permesso. Differenti sono le conseguenze degli atti compiuti a seguito di quello "essere permesso" nell'ambito dei gradi di libertà fisici. Per esempio: se do un calcio a un sasso, non succede quasi niente, se il sasso è piccolo rispetto alla scarpa. Ma se do un calcio a un cane, forse mi morde. E questo già basterebbe a placare le ansie di Dostoevskij circa il terrore che, se Dio non c'è, l'umanità sarebbe presa da un delirio di onnipotenza divina.

La sensazione che il concetto di Dio avesse perso di senso circolava abbondantemente in varie forme nel pensiero europeo di quell'epoca. Di certo, in Dostoevskij se ne trovano ampie tracce. Di quella gigantesca discussione teologica/ideologica/scientifica occorsa durante l'800 in Europa e Nord America, Russia compresa, segnalo la posizione più nitida, a-ideologica, a-teologica e difficilmente confutabile: il materialismo radicale di Charles Darwin.

Teorie evoluzioniste erano nell'aria da tempo. Darwin aveva appena pubblicato (1859) la sua opera cruciale "On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life". Con essa simultaneamente: a) si smontava il concetto di creazione dei viventi "secondo le loro specie" (Genesi 1); b) si smontava il concetto di specie fissa (cioè l'essere umano è imparentato nel tempo con il resto dei viventi) e il concetto di una gerachia ontologica degli esseri; c) si capiva che la formazione di organismi, con la loro evoluzione in specie, è un processo materiale senza un creatore progettista, e non serve altro per spiegarlo; d) si capiva che differenza tra organismi, e gruppi di loro, si continua a produrre per effetto di quel meccanismo materiale; e) si eliminava il concetto di finalità riguardo alle caratteristiche dei viventi; f) la trascendenza veniva lasciata fuori dai meccanismi biologici; g) si evidenziava come la componente conflittuale sia costitutiva degli organismi biologici e ineliminabile. Altri materialismi meno raffinati si venivano costituendo. La scienza raggiungeva risultati potenti.

La soluzione che Dostoevskij tende a dare per tenere in piedi la possibilità di continuare a dare consistenza ai concetti morali in quel mood materialista è di tipo moraleggiante facendo preferire ciò con i mezzi retorici della sua scrittura. Schematizzo: se quella constatazione (Dio non c'è) è vera, allora si producono ORRORI, cioè MALE, da cui la misteriosa COSCIENZA (i misteriosi VALORI, si direbbe oggi) ci tirerebbe fuori. Male ne deriverebbe all'umanità per il delirio di onnipotenza divina che si impadronirebbe di essa. Salvo che quel delirio è frutto della sua immaginazione e dei suoi timori. 'Coscienza', 'valori', ec. occupano lo stesso ruolo dei 'voleri' rispetto alle relazioni interpersonali e interculturali: ciascuno ha la sua specifica coscienza e i suoi specifici valori, che hanno in comune solo la catatteristica interpersonale di essere 'voleri', soprattutto se sono conflittuali, come nel caso di Islam e Occidente. Non a caso von Clausewitz, autore ferocemente bandito dalle nostre scuole, parla di 'voleri' e non di 'valori' nella sua analisi della guerra. Se Dio non c'è, non basta insinuare che ciò sia male per farlo esistere e, con ciò, dare consistenza ai concetti morali che da quella esistenza deriverebbero. L'invenzione di Dio semplifica molte cose. Ma, come tutti i concetti infiniti, contiene tutto e il contrario di tutto. Da cui retorica con cui rivestire 'voleri' che rimarrebbero altrimenti arbitrari.

Ovviamente la retorica di Dostoevskij è molto più sottile e accattivante di questo schema. Ma gli schemi servono a capire.

Di intellettuali e meno intellettuali che seguono quello schema è pieno. Argomentazioni con quello schema sono molto diffuse perché di facile presa e di molto effetto: "tanto perentorie, quanto vaghe", direbbe Talleyrand. Per esempio Umberto Galimberti, che sempre tuona contro la civiltà della tecnica, mostra forti echi dostoevskijani. Massimo Fini, che equipara capitalismo e Islam in una condanna morale che lui infligge ai monoteismi  (come fai tu, se non ricordo male il post che hai cancellato e che io non condivido per molte ragioni difficili da sintetizzare qui), è un'altra declinazione di quello schema. Caratteristica comune di questo modo di argomentare è la genericità dei termini posti e gli slittamenti di significato.

Riporto alcuni passaggi chiarissimi di Giulio Preti (1911-1972) tratti da "Retorica e Logica" (1968) riguardo alla fallacia di quello schema di ragionamento. Per non perdere il filo del discorso di questo post mi dovrò limitare. Ma invito a leggere Giulio Preti estesamente su questa questione meta-scientifica di fondamentale importanza.

«[...] Indubbiamente al flusso vissuto dell'esperienza appartengono altrettanto i momenti emozionali (che tanto rilievo hanno nella cultura letteraria) quanto i contenuti propriamente percettivi. Ma l'esperienza "scientifica" è, di diritto, costituita esclusivamente di questi ultimi: i primi, per quanto possano essere stati, psicologicamente e sociologicamente, importanti nel determinare la genesi della cultura scientifica stessa, non costituiscono contenuti legittimi--non costituiscono "prove", in quanto non appartengono mai al significato (logico) dei concetti scientifici.
Questo fatto è di estrema importanza: gran parte della polemica umanistica contro la cultura scientifica si fonda infatti su ciò--che la scienza è 'indifferente ai valori' onde (nel linguaggio retorico) "materialistica", "meccanicistica". ecc.-- In ogni momento della storia in cui valori più o meno "sacri" appaiono minacciati, risorge costante questa accusa alla mentalità scientifica.
Ora, 'in un certo senso' tale accusa è valida. Fa pena sentire scienziati e filosofi scientisti belare scuse come scolaretti colti in castagna, giurare che la scienza è sensibile ai valori, anzi "religiosa"--e con ciò rinnegare quella stessa che è la struttura fondamentale della conoscenza scientifica, la sua prima regola di metodo, e in ultima analisi anche il suo massimo pregio--la 'Wertfreiheit' [l'indifferenza ai valori].
[...] Passiamo ora ad una differenza essenziale relativa alla struttura del giudizio scientifico nei confronti di quello umanistico-retorico: la presenza o meno dell'elemento valutativo. Quest'ultimo è talmente essenziale alla 'verità' retorica che, come abbiamo visto, è stato considerato dai più seri sostenitori della cultura letteraria come il suo elemento peculiare e differenziale. Mentre è noto a tutti che (almeno nel suo puro ideale teoretico) la scienza è 'wertfrei' [indifferente ai valori] [...]
C'è una forma di argomentazione che è assolutamente tipica della cultura letteraria--argomentazione che contamina un punto di vista axiologico (per esempio, morale: ma non necessariamente) con un punto di vista ontologico. La sua forma generica potrebbe così schematizzarsi: «'p' deve essere vero perché p è bene» (oppure:  «'p' deve essere falso perché p è male»); oppure, in forma generalizzata: «'p' implica 'q'; q' è male; dunque 'p' deve essere falso». Di questo tipo di argomento usano, e abusano, soprattutto i filosofi spiritualisti quando criticano dottrine di ispirazione scientifica (o anche no) per le loro (reali o presunte) conseguenze etiche: per esempio il materialismo e il determinismo, oppure lo scetticismo, ecc. Ma tale modo di ragionare si trova anche presso altri pensatori, come alcuni pragmatisti (James lo ha addirittura teorizzato nella 'Volontà di credere') o neomarxisti (si ricordi la critica all'«oggettivismo borghese» e la connessa affermazione della «paritarietà» del sapere).
La scienza ripudia questa forma di argomentazione: essa respinge ogni contaminazione di punti di vista descrittivo-esplicativi con punti di vista valutativi. Anche se nel concreto psicologico percezione ed emozione sono inscindibili, nella astrazione scientifica avviene una 'epoché' [una sospensione, una messa tra parentesi] del momento emozionale, un isolamento del momento rappresentativo puro. La scienza non conosce né il bello né il brutto, né il desiderabile né l'avversabile--Conosce solo il vero e il falso, ciò che è e ciò che non è. Spinoza è stato forse il più nitido assertore di questo puro ideale teoretico--salvo poi caricarlo a sua volta, di valori religiosi, facendone il quadrato rotondo di un 'amor intellectualis'.
È successa qui la stessa cosa che accadde alla forma di argomentazione retorica dichiarata «sofisma» dalla Logica settecentesca: quel tipico modo di argomentazione è stato chiamato, nel nostro secolo, «fallacia del moralista»-- è stato quindi considerato un modo di argomentazione logicamente (scientificamente) scorretto. Il fatto che p sia bene (o male) non implica che 'p' sia vero (o falso): se piove, l'enunciato 'piove' è vero, anche se mi dispiace, anche se è oggettivamente male, che piova. Vuol dire che ci si metterà rimedio: ma il fatto è il fatto, e non può venire negato.
Discorso anche troppo ovvio, ma ovvietà che viene spesso dimenticata non appena si sale a fatti di ordine intellettuale più elevato, e quando sono in gioco valori più pesanti. In tempo di guerra la previsione fattuale, scientifica, della sconfitta del proprio paese è considerata «disfattismo». E il medesimo ragionamento di sopra, se applicato ad argomenti morali, trova subito degli oppositori. Per esempio: se la tesi del determinismo scientifico è vera, e se è vero che il determinismo scientifico rende illusoria la morale, la morale è illusoria--un ragionamento del genere non verrà accettato dal moralista di tipo «letterario», che subito anzi ne concluderà «dunque la tesi del determinismo DEVE essere falsa»--commettendo così la sua tipica fallacia."
(Giulio Preti, "Retorica e Logica", 1968, pp. 189-190, 200-202....)

Platone è sommo maestro nel commettere "fallacia del moralista".

Schematizzando: Nel dialogo "Critone", cioè nella FINZIONE SCENICA dei dialoghi platonici, il personaggio Critone propone al personaggio Socrate di fuggire per evitare la condanna a morte a lui inflitta in ottemperanza alla Legge vigente che avrebbe emanato una ingiusta sentenza da molti punti di vista contingenti. Il personaggio Socrate controbatte che se fuggisse verrebbe meno l'efficacia delle Legge e cadrebbe lo stesso concetto astratto di GIUSTIZIA.

Nel "Critone" c'è una circolarità tautologica nel "ragionamento" del personaggio Socrate che risponde al personaggio Critone. Circolarità tautologica che si può solo sciogliere per via retorica, cioè inducendo a preferire QUELLA astrazione del concetto di GIUSTIZIA, al posto di altre posizioni più materiali che privilegiano il concetto di INTERESSE DELLE PARTI. Ma è fondato solo su retorica proprio il passaggio generalizzante da INTERESSE degli attori in gioco al concetto astratto di GIUSTIZIA. L'esistenza di un ente come la GIUSTIZIA in astratto deve essere presupposta, per poter pensare di dimostrare la validità della sua fondazione, innescando così la tautologia nel meccanismo di ragionamento.

Il timore che se le Leggi non venissero rispettate perderebbero efficacia, non certifica l'esistenza dell'ente 'rispetto di esse per giustizia'. Infatti, nella pratica reale, una Legge è corredata da una Pena per la sua violazione, da un apparato di Law Enforcement che riconduce nel piano fisico degli INTERESSI l'astrazione in GIUSTIZIA. Cioè tornano i 'voleri' là dove si pensava di essere riusciti a superarli col ragionamento (ma che invece è retorica, arte del persuadere a preferire nelle intenzioni del persuasore).

Non è sufficiente constatare che deriverebbe un MALE al concetto di GIUSTIZIA per far esistere quel concetto. Di fatto se ne è presupposta l'esistenza e si è usato quel presupposto per argomentarne l'esistenta. Pura tautologia mascherata da un piano emotivo di ordine più astratto di quello di Critone e venduto per più 'nobile', 'moralmente più elevato', ma della stessa pasta logica: 'volere' che il concetto di astratta GIUSTIZIA valga contro un 'volere' fatto ritenere, mediante retorica, di rango più basso, che sono le argomentazioni basate su interessi conflittuali sostenuta dal personaggio Critone. Non c'è una vera dimostrazione. Solo un più efficace mascheramento retorico del concetto di INTERESSE, di VOLERE.

La retorica di Platone è molto sottile (molto più sottile di quella di Dostoevskij), ed è difficle non lasciarsene condizionare. Ma i problemi arrivano sul piano della "realtà" quando ci si fida di una astrazione logicamente sbagliata. Esattamente come quando ci si fida di una astrazione fisica mal formulata.

Tu mi rimproveri di essere io a citare e non tu. Ma ti ho già fatto capire che, se io cito qualcosa, lo faccio per chiarire questioni in corso di discussione. Non lo faccio come fai tu usando citazioni come un randello con cui pensi di bastonare l'avversario nella discussione (citazioni generiche e allusive di una presunta ignoranza dell'interlocutore su cui infierire).

Per esempio, quando hai menzionato Niels Bohr, scordandoti di Max Planck, hai mostrato quella tua attitudine alla citazione come randello; altrimenti ti sarebbe venuto in mente che, senza Max Planck, non ci sarebbe Niels Bohr, quasi sicuramente, e forse nemmeno Werner Heisemberg, che ti sei scordato di citare. Da cui la costante di Planck, il quanto di azione (h=6.626070e-34_J·s), che avrà un ruolo decisivo--e tutt'ora problematico, a oltre 100 anni di distanza--nelle riflessioni sulla struttura della materia a livello atomico e sub-atomico di Heisemberg, di Bohr e di molti altri da lì in poi, compreso Einstein. E compresa la formulazione delle malte e dei calcestruzzi, almeno riguardo alla formulazione chimica dei loro costituenti--sapienza umile che sta al colmo del tuo disprezzo di "intellettuale".

Altro esempio. Quando sopra ho citato QUEI quattro versi di Alessandro Striggio in quell'opera monteverdiana, e non, che so, quelli della bellissima aria "Rosa del ciel...", l'ho fatto per evidenziare quanto a Striggio/Monteverdi fosse ben nota la potenza della musica nel suscitare passioni. Potenza che arriva a sollecitare il nostro cervello per via emotiva passando per canali diversi dai ragionamenti, cosa che si sta cominciando a capire ed evidenziare con lo studio del cervello e dei meccanismi neuronali, il cui prodotto non necessariamente arriva alla nostra percezione degli stati "consci" di noi stessi. Potenza di cui sarebbe opportuno tener conto, in quanto elemento POTENZIALMENTE FUORVIANTE nei ragionamenti. Infatti Ulisse si fa legare per ascoltare il canto delle sirene. Da quella radice greca l'Occidente, anche cristiano, ha trovato un parziale antidoto alla violenza monoteista. La ragione di cui parla Joseph Ratzinger a Regensburg è l'antidoto a quella potenza lì. Di quella potenza Platone fa abbondante uso nella sua "arte del persuadere a preferire secondo le intenzioni del persuasore" (cioè retorica) e spacciando ciò per "ragionamento", donde la fallacia accennata sopra che ha appestato il pensiero d'occidente per oltre 2000 anni, e che continua ad appestarlo, facendo molti morti. Quella FUORVIANZA agisce nello stesso modo sia che uno ascolti le "Danze Ungheresi" di Brahms, sia che ascolti "La Gatta Cenerentola" di De Simone, o che ascolti le Sure salmodiate del Corano. La differenza è solo nel gusto personale che ti espone ora a questo, ora a quello. Studia quei dintorni, se non ci credi. Non prendere la mia parola per buona. Un buon testo con cui cominciare potrebbe essere: Eric Kandel, "Principles of Neural Science", tra l'altro meritatissimo Premio Nobel.

Di nuovo: sciorinare Dostoevskij vicino a Kafka è bizzarro. Vicino a Bukowski ci sta un po di più, in quanto vagamente accomunabili nella categoria "maudits" ("maledetti"), genere letterario molto in voga nei nostri tempi, probabilmente perché usa una retorica a tinte forti, molto cinematografica (tecnica narrativa dove in meno di due ore devi masticare lo spettatore che paga il biglietto, e con costi molto alti rispetto a produrre un libro). Comunque... A quel proposito, vorrei formulare qui una mia soggettiva valutazione (il dare valore alle cose è sempre soggettivo, dalla mia prospettiva) di alcuni degli autori di cui si è parlato, così tanto per riassumere: una pagina di Dostoevskij vale tutta l'opera di Bukowski, e forse anche di più; un dialogo di Platone vale l'intera opera di Dostoevskij, se non altro per l'influenza che Platone ha avuto nella storia del pensiero; il solo titolo dell'opera capitale di Charles Darwin oscura Platone e tutti i testi prodotti dalla tradizione del Libro perché illustra il meccanismo che confuta le assunzioni di base di quegli altri testi.

Quanto accennato a grandi tratti in questo post è vagamente il senso che intendevo  quando dicevo che io studio per cercare di capire le cose, mentre tu, mi pare, tendi a studiare per randellare il prossimo, peraltro con un randello di dubbia efficacia. Ti invito a leggere con più finezza, se vuoi ingaggiare disccussioni efficaci.

Detto questo per chiarimento, io non porto nessun rancore. Anzi, ero partito con stima, prima di ricevere insulti furiosi e gratuiti.


NOTA LESSICALE:

Dalle mie parti, a proposito del "portare fuor di via", si usano tre termini contigui dal punto di vista etimologico. Li si usa con connotazioni diverse, però. Non che la cosa sia importante. Si sa che l'uso fa la lingua. La cosa importante è che la lingua veicoli concetti con precisione. Questo accade se l'uso della lingua DIFFERENZIA i concetti che si intendono veicolare. Nel caso di specie:

FUORVIANTE: che porta "fuori di via" nel ragionare e argomentare. Un ragionamento è fuorviante se porta a concludere cose false o irrilevanti rispetto alla costruzione degli argomenti.

DEVIANTE: si dice di un comportamento che È "fuor di via" rispetto ad una norma o a una consuetudine morale o di comportamento, non necessariamente riprovevole (riprovevole: degno di condanna/sanzione morale rispetto agli usi di una comunità, anche se non necessariamente penale).

TRAVIANTE: si dice di qualcosa o qualcuno che induce qualcosa o qualcuno ad andare "fuor di via", specialmente riguardo ad una norma o a una consuetudine morale o di comportamento (tra l'altro nella tua collezione di CD dovresti avere un'opera di tal Giuseppe Verdi che di titolo fa "La Traviata"; un'altra traviata potrebbe essere considerata Manon, anche se, nel caso di Puccini, la nitidezza della norma morale è più sfumata che in Verdi).

LOGICA: tecnica del corretto ragionare. Cioè: tecnica del derivare conclusioni valide da premesse, senza cadere nelle trappole e nelle imprecisioni linguistiche e concettuali. Branca del sapere inaugurata in modo sublime da ARISTOTELE (400-300 AC) che mantiene intatta tutta la sua validità (da cui "logica aristotelica"), esattamente come la geometria di EUCLIDE--più nota come "geometria euclidea", quella COSA (catena di ragionamenti) mediante la quale possiamo dimostrare, tra le altre cose, che, dato un triangolo rettangolo, la somma dei quadrati costruiti sull'ipotenusa è UGUALE alla somma dei quadrati costruiti sui due cateti, dati gli assiomi di tale geometria; questa COSA, che in questo caso si chiama teorema di Pitagora, ha avuto una certa rilevanza nel pensiero occidentale--. Ad Aristotele dobbiamo anche un incisivo concetto di VERITÀ: "Dire di ciò che non è che è, o di ciò che è che non è, è falso; mentre dire di ciò che è che è e dire di ciò che non è che non è, è vero" (Metafisica, IV:7, 1011b), dove il "ciò che è" si cerca di determinarlo con varie forme e tecniche di indagine.

Già che ci sono, chiarisco anche il termine IDIOTA, tramite un rimando a fonte autorevole:
www.treccani.it/lingua_italiana/domande_e_risposte/lessico/lessico_031.html